CHI SIAMO?

Utente: nuovacitta
Sede: c/o Circolo ARCI Bonelle Via Bonellina, 92 - 51100 Pistoia Per qualsiasi contatto: nuovacittapt@email.it Per contattare il gestore del blog fate riferimento a www.solaria.splinder.com non scrivete a questo profilo perchè rischiate di non venir letti

ARCHIVIO

oggi
gennaio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---










  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

CONTATORE

visitato *loading* volte

Questo sito web, non venendo aggiornato con periodicità, non rappresenta testata giornalistica. Pertanto non è sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma 3 della L. 62/2001. Nel rispetto di quanto disposto dall'art. 1, D.L. 72/2004, si avvisa che, in relazione all'utilizzazione della presente opera, sono stati assolti tutti gli obblighi derivanti dalla l. n. 633/1941.

domenica, 04 gennaio 2009

Appello in difesa della Costituzione
di Massimo Fini e Marco Travaglio

Con l’annuncio di Silvio Berlusconi di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza si è giunti al culmine di un’escalation, iniziata tre lustri fa, che porta dritto e di filato a una dittatura di un solo uomo che farebbe invidia a un generale birmano.

Da un punto di vista formale la cosa è legittima. La nostra Carta prevede, all’articolo 138, i meccanismi per modificare le norme costituzionali. Ma farlo a colpi di maggioranza lede i fondamenti stessi della liberal-democrazia che è un sistema nato per tutelare innanzitutto le minoranze (la maggioranza si tutela già da sola) e che, come ricordava Stuart Mill, uno dei padri nobili di questo sistema, deve porre dei limiti al consenso popolare. Altrimenti col potere assoluto del consenso popolare si potrebbe decidere, legittimamente dal punto di vista formale, che tutti quelli che si chiamano Bianchi vanno fucilati. Ma la Costituzione non ha abolito la pena di morte? Che importa? Si cambia la Costituzione. Col consenso popolare. Elementare Watson. Senza contare che a noi la Costituzione del 1948 va bene così, e non si vede un solo motivo per stravolgerla (altra cosa è qualche ritocco sporadico per aggiornarla).
 
Com’è possibile che in una democrazia si sia giunti a questo punto? Non fermando Berlusconi sul bagnasciuga, permettendogli, passo dopo passo, illiberalità e illegalità sempre più gravi. Prima il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) che è il contrario di un assetto liberal-liberista perché ammazza la concorrenza e in un settore, quello dei media televisivi, che è uno dei gangli vitali di ogni moderna liberaldemocrazia. Poi un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio. Quindi le leggi “ad personas”, per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, “ad personam” per salvare se stesso, il “lodo Alfano”, che ledono un altro dei capisaldi della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Infine una capillare, costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura non solo per metterle la mordacchia (che è uno degli obbiettivi, ma non l’unico e nemmeno il principale della cosiddetta riforma costituzionale), ma per instaurare un regime a doppio diritto: impunità sostanziale per “lorsignori”, “tolleranza zero”, senza garanzia alcuna, per i reati di strada, che sono quelli commessi dai poveracci.

Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento e di quei fantocci che sono i presidenti delle due Camere, padrone assoluto del centro-destra, se si eccettua, forse, la Lega, padrone di tre quarti del sistema televisivo, con un Capo dello Stato che assomiglia molto a un Re travicello, Silvio Berlusconi è ormai il padrone assoluto del Paese e si sente, ed è, autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le reti televisive nazionali, che pur controlla nella stragrande maggioranza (ieri, in presenza del suo inquietante annuncio, si sono occupate soprattutto della neve), di “insultarlo”, di “denigrarlo”, di essere “disfattiste” (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlare troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa (mentre lui, il genio dell’economia, non si era accorto, nemmeno dopo il crollo dei “subprime” americani, dell’enorme bolla speculativa in circolazione).

Poi, non contento, ha intimidito i direttori della Stampa e del Corriere (il quale ultimo peraltro se lo merita perché ha quasi sempre avallato, con troppi silenzi e qualche adesione, tutte le illegalità del berlusconismo) affermando che devono “cambiare mestiere”.

Questa escalation berlusconiana ci spiega la genesi del fascismo. Che si affermò non in forza dei fascisti ma per l’opportunismo, la viltà, la complicità (o semplicemente per non aver capito quanto stava succedendo) di tutti coloro che, senza essere fascisti, si adeguarono.

Ma sarebbe ingeneroso paragonare il berlusconismo al fascismo. Ingeneroso per il fascismo. Che aveva perlomeno in testa un’idea, per quanto tragica, di Stato e di Nazione. Mentre nella testa di Berlusconi c’è solo il suo comico e tragico superego, frammisto ai suoi loschi interessi di bottega.

Una democrazia che non rispetta i suoi presupposti non è più una democrazia. Una democrazia che non rispetta le sue regole fondamentali non può essere rispettata. A questo punto, perché mai un cittadino comune dovrebbe rispettarla, anziché mettersi “alla pari” col Presidente del Consiglio? “A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini quando lottava contro il totalitarismo. O per finirla in modo più colto: “Se tutto è assurdo”, grida Ivan Karamazov “tutto è permesso”.

Per aderire clicca sull'immagine sottostante.


postato da: solaria alle ore 17:24 | link | commenti
categorie: agenda e comunicati
domenica, 28 dicembre 2008

 L'equivoco del PD sul significato del riformismo
 di Curzio Maltese

L’imminente collasso del PD è inevitabile? Forse no, ma quasi di sicuro nessuno si muoverà per evitarlo. II fatalismo sembra l’ultimo «ismo» rimasto alla sinistra.
La situazione è chiara da tempo. Con questo gruppo dirigente, come diceva Nanni Moretti, non si vincerà mai più. Questa almeno è la convinzione di milioni di elettori del centrosinistra, che non andranno più a votare finché non vedranno all’opera un partito nuovo nei fatti e non a parole.
La profezia di Moretti nel 2002 fu rovesciata dal risultato elettorale del 2006, ma solo in parte. In realtà per la seconda volta un centrosinistra votato alla sconfitta s’imbatté in quel singolare outsider vincente ch’era Romano Prodi. E per la seconda volta lo fece fuori in breve tempo. Lasciata sola a se stessa, la nomenclatura ereditata da PD e DC ha finito per riproporre un vuoto d’idee nel quale avanzano carrierismi spregiudicati.
L’identità riformista del PD è rimasta sulla carta. Gli ex PC e DC ne hanno sempre avuta un’idea vaga. Per loro il riformismo non significa progettare riforme, impresa titanica in Italia, ma assumere un atteggiamento moderato, non entrare in polemica con l’avversario, con la Chiesa e con i poteri forti, irridere alla questione morale e disprezzare ogni forma di radicalismo. E' una visione un tantino macchiettistica. Un po’ come quando gli attori italiani, per recitare i testi anglosassoni, indossano il foulard, si versano un whisky ed esclamano «caspita!». Oppure come quando Bertinotti e Sansonetti interpretano l'antagonismo sociale nei salotti televisivi, con i noti esiti.
II calcolo della nomenclatura di centrosinistra era di trattare con Berlusconi come con la DC di una volta. Con la differenza che il berlusconismo non è la DC, è eversivo e ora apertamente anticostituzionale. Senza contare che nell’ultimo mezzo secolo il mondo è un po’ cambiato.
D’altra parte non si può pretendere che i vecchi funzionari di partito, dopo aver cambiato cento sigle, mutino davvero il proprio codice genetico.
L’unica possibilità è mandarli a casa e costruire un partito nuovo. Era il progetto originario del PD, ma ha resistito pochi mesi. Come si può convincere gli elettori d’esser capaci di riformare la società quando non si è in grado di riformare se stessi?
Oggi il PD può scegliere se scaricare gli oligarchi locali da solo e da subito, o aspettare che lo facciano gli elettori.
Si potrebbe, una volta, fare una cosa di sinistra?

da Il Venerdì di Repubblica, n. 1084, 27 dicembre 2008

postato da: solaria alle ore 12:16 | link | commenti
categorie: rassegna stampa
mercoledì, 12 novembre 2008

 novembre 2008, in Marco Travaglio
Quelli che l’avevano detto


 
Il primo a sbilanciarsi, il 7 marzo, fu Gianfranco Fini: “Gli Stati Uniti non sono ancora pronti per un presidente nero”. Ma il momento decisivo per le sorti delle elezioni americane fu la discesa in campo di Giuliano Ferrara, stregato da Mc Cain, ma soprattutto da Sarah Palin: “L’abbiamo scoperta noi”, gongolava il Platinette Barbuto, noto esperto in fiaschi, esaltando le virtù profetiche del suo talent scout addetto alle catastrofi, Christian Rocca, già noto per aver annunciato il trionfo in Irak e per aver scoperto i neocon quando negli States non osavano più mettere il naso fuori di casa. Ecco, quello fu il momento della svolta per Obama. Lì fu chiaro a tutti che McCain era spacciato.

Per chi avesse ancora dei dubbi, provvidero a dissiparli gli interventi in extremis di due noti analisti padani, Roberto Castelli (“Mc Cain è una garanzia per la difesa della civiltà cristiana sotto attacco dei musulmani”) e Roberto Cota (“John offre maggiore sicurezza contro l’Islam”), nonché del noto stratega Maurizio Gasparri (“Dovesse vincere Obama, prenderei le distanze della Casa Bianca”). Non che la palma delle previsioni sballate sia un’esclusiva italiana. Ancora il 2 novembre John Zogby, “il guru dei sondaggi”, comunicava che “Mc Cain è in rimonta e può vincere, ormai ha superato Obama, 48 a 47%”. Ma i provincialotti italioti che scambiano le speranze per la realtà e pensano di orientare dall’Italia il voto americano, non ci han fatto mancare proprio nulla. Soprattutto sugli house organ di Berlusconi, che solo un mese fa passeggiava mano nella mano con l’amico Bush, lo sguardo rapito, il cuore palpitante, ripetendogli che “sei stato un grande, presto ti verrà riconosciuto, passerai alla Storia”, mentre persino George lo guardava scettico e persino McCain pregava il presidente più impopolare del secolo di non farsi vedere dalle sue parti.

Sull’immancabile sconfitta di Obama, il Giornale ha dato il meglio di sé. Mauro della Porta Raffo, il “gran pignolo” che fa le pulci ai giornali e ci azzecca sempre, ma con gli oracoli un po’ meno, non aveva dubbi: “Adesso vi dico: John Mc Cain il prossimo 4 novembre vincerà”. E Paolo Granzotto, entusiasta: “Resto anch’io dell’opinione che il vecchio eroe sbaraglierà il giovane vagheggino… Sarah Palin trascinerà Mc Cain alla vittoria”, anche per via della “veltronizzazione della campagna del damerino Obama: e con Veltroni, si sa, si va dritti alla sconfitta”. Insomma, “Mc Cain gli farà la festa”. Mario Giordano, rabdomante dal fiuto infallibile, produceva titoli del tipo: “Ecco perché la strana coppia Mc Cain-Palin può arrivare alla Casa Bianca”. E rimbeccava i lettori rassegnati alla vittoria di Obama: “Ma lei è così sicuro che vincerà Obama? Io ho qualche dubbio”. Immediatamente avvertito a Chicago, Barak faceva i debiti scongiuri. Anche perché, ad allarmarlo vieppiù, c’erano gli editoriali di Maria Giovanna Maglie, che ha con i dati elettorali lo stesso rapporto elastico dimostrato con le note spese alla Rai. La generalessa, che scrive con l’elmetto e il colpo in canna, non ci poteva proprio credere che gli americani votassero per quell’”estremista inesperto e poco capace”, “contrario infantilmente alle centrali nucleari”, uno che “ritirerebbe incoscientemente le truppe dall’Irak”, che “rappresenta solo una fetta minoritaria di radicali”, per giunta negro, tant’è che “gli elettori democratici sono i primi a dubitarne”, ma “dubitano pure gli indecisi, gli indipendenti, i fan di Hillary”. Mentre “Old John” (così lei chiama McCain, nell’intimità) “parla da Presidente”, “può vincere le elezioni perché è un candidato credibile” e poi “ha trovato un vice ideale in Sarah Palin, la donna tutta valori, determinazione e capacità oratoria”, ma soprattutto “è pronto a costruire 45 centrali nucleari e aumenterebbe le truppe in Irak”, dunque “io dico che ce la fa”, “nonostante il can can dei media nazionali e internazionali”, tutti in mano al Comintern. Se invece “dovesse farcela Obama, sarà una vittoria di misura” (infatti avrà la maggioranza parlamentare più ampia dalla notte dei tempi). La Maria Giovanna lo vedeva già alla Casa Bianca, l’amato Old John: “Da presidente ridurrà il potere di Washington e, da vero patriota, difenderà la sicurezza degli Usa”. Pazienza, la difenderà da casa. Ma, nei momenti di sconforto, potrà sempre consolarsi con qualche visita di Maria Giovanna Maglie.

Anche il Foglio ci ha lasciato pagine indimenticabili, tutte sull’inevitabile disfatta del nero Barak. Il Platinette, dall’America, ispirava titoli tambureggianti: “Ed è subito Sarah”, “Vi fareste governare da Obama?”, “Perché l’idraulico Joe è il miglior alleato del soldato Mc Cain”. Sotto, le meglio firme del bigoncio si esercitavano nell’arte dell’oracolo.

Marina Valensise, altra neocon de noantri, credendo di farle un complimento, scriveva che “la Palin somiglia alla nostra Gelmini: una tigressa dura, determinata, sicura di sé, temprata dal gelo polare, travolgente come un animale selvaggio… una mamma che si batte contro un parolaio idealista”. Stefano Pistolini la definiva “l’ultima arrivata, forse la predestinata”. Infatti, è stata la palla al piede del povero McCain. Ma Christian Rocca, lo scopritore: “La Palin è un Obama al quadrato”, donna dall’”appeal a tratti profetico e messianico”, un incrocio fra “Bob Dylan e Erin Brockovich”, come pure il suo presunto gemello Barak, insomma “pare lei la candidata presidente e Mc Cain il suo vice”. E Obama: per l’esperto Rocca, “il candidato perfetto per una serie televisiva”, “elitario, intellettuale, troppo di sinistra e incapace di connettersi con il paese”, una “bolla che potrebbe sgonfiarsi rapidamente” visto che “da mesi viene rifiutato stato dopo stato, primaria dopo primaria, dalla working class del suo stesso partito, dai poveri, dagli ispanici, dai cattolici, dagli anziani, dalle donne, dagli ebrei e da qualsiasi categoria sociale e razziale a cui non appartengano afroamericani, studenti, intellettuali, miliardari, divi di Hollywood e fighetti”. E queste - si badi bene - “non sono opinioni”. Tiè. Resta da capire chi diavolo abbia votato per Obama. All’insaputa di Rocca fra l’altro.


postato da: solaria alle ore 12:50 | link | commenti
categorie:
lunedì, 03 novembre 2008

"La morte non è nel non comunicare, ma nel non poter più essere compresi" Pasolini

Nel trentatreesimo anniversario della misteriosa morte di Pier Paolo Pasolini, il berlusconismo è ormai la cultura dominante e  Licio Gelli si appresta a divenire un divo della televisione, da cui potrà lanciare i suoi vaticini di "rinascita democratica" e la sua verità ad un Paese che ha perso la memoria storica e la comune identità antifascista.
Per non dimenticare,
Rosalba Bonacchi.


Il romanzo delle stragi  di Pier Paolo Pasolini
"Scritto corsaro" pubblicato sul  Corriere della sera del 14 novembre 1974 col titolo "Che cos'è questo golpe?"

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974
[L'editoriale di Paolo Meneghini era intitolato "L'ex-capo del Sid, generale Miceli arrestato per cospirazione politica].
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella
pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per
il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente
politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta
probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si
identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto
e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che
questo) al "tradimento dei chierici". Gridare al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i
servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere.
In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza
dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco,
un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese
umanistico in un paese consumistico.

In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di
dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto
un "paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo,
corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono
incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità.
È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo
sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non
compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si
identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato
stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato -puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione
di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi
dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella
misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi,
naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del
resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di
intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia
contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella
che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo)
io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei
partiti
. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità,
cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei
responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò
che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che
hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che
siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato.

postato da: solaria alle ore 19:09 | link | commenti
categorie:
sabato, 01 novembre 2008

"PASQUINO IN CORSA PER BOLOGNA.  SAREBBE UN AFFARE PER IL PD"

Da quando il sindaco Sergio Cofferati ha detto di non volersi candidare per una seconda volta alla guida della giunta comunale felsinea, il mondo politico bolognese è in effervescenza. II Pd ha previsto di indire delle elezioni primarie per scegliere il candidate sin­daco.

Naturalmente, da Roma, si spera di riuscire a pilotare il voto per far votare il candidato che è gia state scelto.

Si ripeterebbe così lo stantio copione delle precedenti primarie, nelle quali i vincitori partivano da vincitori. Sono state, quelle, delle primarie con la faccia delle libere elezioni ma con la sostanza della cooptazione dal vertice, per iniziativa della ristretta e ormai eterna nomenclatura romana, che é caratterizzata dal fatto di aver frequentato, in certi anni, lo stesso liceo classico del centro di Roma. Primarie di questo tipo sono peggio delle primarie non fatte. Con la democrazia e con il voto non si deve scherzare. Le primarie, se non vogliono trasformarsi in un boomerang a danno del partito degli apprendisti stregoni, debbono essere aperte e competitive.

Mai visto che cosa succede negli Stati Uniti? Per fortuna, il meccanismo delle elezioni primarie, anche in Italia, adesso rischia di sfuggire di mano agli strateghi politici che l'hanno adottato per gettare il fumo negli occhi.

La svolta potrebbe venire da Bologna, dove ha segnalato la sua disponibilità a candidarsi il professor Gianfranco Pasquino, cattedratico di Scienza della politica all' Università di Bologna, allievo di Norberto Bobbio a Torino, che ha insegnato in molte università straniere, fra le quali anche Harward, e che vive a Bologna dal 1969 (è piu simpatico di un bolognese, e ce ne vuole), di sini­stra da sempre, ma non iscritto al Pd.

«La disponibilita a candidarmi c'è», dice Pasquino, «ho ricevuto sollecitazioni da parte di vari gruppi, deciderò a metà novembre». La candidatura di Pasquino sarebbe una novità esplosiva. II professore è molto apprezzato dagli elettori di centro-sinistra, ma è stimato anche da vasti settori di centro-destra. E' noto, oltre che per la sua cultura, anche per il suo atteggiamento. Basta sentire come parla: «Da sindaco», ha detto in un'intervista, «si possono fare delle cose bellissime. Sempre che uno non si limiti a essere sindaco...». Si riferisce a Sergio Cofferati? “Naturalmente sì”.

Un linguaggio nuovo, esplicito, diretto. Giusto l'opposto della «lingua di legno» tutta fatta di allusioni, di rimandi, di riferimenti in tralice. Giusto per parlare senza farsi capire. E la colpa, in questo caso, viene poi attribuita d'ufficio a chi non capisce l'incapibile. Con Pasquino, si cambierebbe musica nell'interesse dei bolognesi. E sarebbe un gran vantaggio anche per il Pd. Chissa se il Pd romano lo capisce.

 PlERLUIGI MAGNASCHI 

Da “Italia Oggi” del 31-10-2008



postato da: solaria alle ore 19:02 | link | commenti
categorie:
sabato, 18 ottobre 2008

Il baratto
da "Libertà e giustizia" 16-10-2008

Comunque vada a finire, non è stato uno spettacolo edificante. Parliamo del baratto tra commissione di Vigilanza Rai e Corte Costituzionale, parliamo del “tu dai un Orlando a me e io dò un Pecorella a te”. Perché se Gaetano Pecorella non siederà alla Consulta col voto del Pd sarà per merito dello stesso Pd, che si è ribellato al suo segretario. E perché l’idea di squadernare in pubblico le abitudini meno confessabili della politica italiana ha seriamente minato la credibilità degli organismi oggetto dello scambio, con conseguenze devastanti soprattutto per la Corte Costituzionale.
Intendiamoci: le trattative di questo tipo sono sempre esistite e, in una certa misura, hanno consentito l’agibilità del sistema. Solo che chi le faceva se ne vergognava e si guardava bene dal parlarne in pubblico.  Comportamento ipocrita, si dirà. Ed è in parte vero, ma la perdita dei freni inibitori in questo caso non è liberatoria: è solo un altro passo verso l’abisso. Non per la maggioranza, che di questi dettagli non si cura, ma per il Pd, che della civiltà giuridica dovrebbe essere arcigno custode, almeno nelle speranze di chi lo ha votato.
E allora come ha potuto il Pd arrivare a questo punto? La risposta, per chi abbia una certa anzianità di servizio, evoca ricordi sgradevoli e imbarazzanti. Vediamo un partito immerso in faide intestine, che partorisce due televisioni in concorrenza (e in quanti le guarderanno?), che pullula di correnti l’una contro l’altra armate. Il tutto con tanto di capi e capetti che cercano di piazzare i fedelissimi per farsi le scarpe a vicenda.
Cose già viste. Sapete quando accade tutto questo? Accade quando un partito muore. E’ successo nel Psi decapitato da Mani Pulite, quando i suoi nomi più illustri finirono nel tritacarne delle lotte interne. Successe nel Pri quando Giorgio La Malfa decise di traslocare nel condominio berlusconiano. Alla fine, tra anatemi reciproci e scissioni sempre più minuscole, quei partiti sono di fatto scomparsi dalla scena.
Si dirà che il Pd non è paragonabile ai partiti citati per il gran numero di voti raccolti, pur perdendo le elezioni. Già, è un partito grande, ma non è un grande partito. Anzi, non è neppure un partito: non ha lealtà interna, non produce senso di appartenenza, non ha sedi collegiali che elaborino strategie e tattiche. La leadership, quella vera, quella che non si rivendica ma che sono gli altri a riconoscerti, sfugge a Veltroni.
Qualcuno ha notato che è un segno esiziale per l’opposizione il fatto che oggi chi vuole protestare contro la riforma Gelmini non si rivolga all’opposizione parlamentare ma al Quirinale. Significa che chi vuole opporsi al berlusconismo non percepisce il Pd come un punto di riferimento. E non c’è niente di peggio.
Bene, pensare di rispondere a tutto questo non con la politica ma con la furbizia manovriera è suicida. E di questo si tratta quando si parla di Vigilanza Rai e di Corte Costituzionale. E passi per la Vigilanza. Ma coinvolgere la Consulta in questi giochi da retrobottega del potere è veramente imperdonabile. Berlusconi se lo può permettere, Veltroni no. Per questo il Pd si è ribellato contro l’impresentabile scambio di poltrone, vanificando tutta l’operazione. Ma non è una consolazione, perché rivelando la debolezza del segretario, la contestazione interna finisce per fotografare un partito acefalo, inerme di fronte a ogni tempesta.
E così tutto ci riporta alla considerazione di partenza. Una considerazione amara: ciò che sta accadendo nel Partito Democratico assomiglia tanto, ma proprio tanto, alle convulsioni di un partito morente
                                                                                                                                                                                                        Patrizia Rettori

postato da: solaria alle ore 09:07 | link | commenti
categorie: rassegna stampa, ulivo e politica italiana
giovedì, 16 ottobre 2008

 Dal discorso di Piero Calamandrei pronunciato a Roma l'11 febbraio 1950 al III° Congresso in difesa della Scuola nazionale

 "Facciamo l'ipotesi, cosi' astrattamente, che ci sia un partito al
 potere, un partito dominante, il quale pero' formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia  su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?"

 Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.

 C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il
 fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E  magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private.

 Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.

 Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

 Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare  la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

 Attenzione, questa è la ricetta.

 Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si  fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
 Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non
 controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non
 hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano
 burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto.
 Dare alle scuole private denaro pubblico"

Per leggere tutto il discorso CLICCA QUI

postato da: solaria alle ore 15:32 | link | commenti
categorie:
domenica, 05 ottobre 2008

PD, ovvero “Parliamone Dopo
di Marco Marturano
da "Affari Italiani"  di   Sabato 04.10.2008

Dura la vita dell’opposizione in un Paese che va a marcia indietro a tutta birra. Dura soprattutto se chi governa lo sa fare senza porsi nessun problema nell’assecondare la rincorsa al passato come soluzione placebo dei problemi del presente e del futuro.
Dura la vita ancora di più se a guidare l’opposizione è un partito che è ancora tutto da costruire, pur avendo un bacino di elettori pari a circa un terzo degli italiani votanti. Non ne parliamo poi se questo partito è ancora alla ricerca di una buona sceneggiatura che ne racconti con chiarezza ed efficacia l’identità all’opinione pubblica.
Sceneggiatura che manca, per abbondanza di autori a disposizione tra i dirigenti che mette a disposizione la Compagnia del Teatro Instabile del PD. A questo aggiungiamo una non invisibile crisi di credibilità che sta investendo il leader dei Democratici italiani e una conseguente incertezza nella linea di opposizione che il suo partito starebbe tenendo nei confronti del Governo Berlusconi. Incertezza a tutto vantaggio dell’arrembante e disinibito Di Pietro, che si trova così a interpretare perfettamente il ruolo dell’unico oppositore duro e puro del Cavaliere e quindi a ricavarne punti d’opinione ogni settimana a spese dell’incerto PD e della invisibile sinistra radicale.
Insomma, è dura la vita del PD a quasi un anno dalla sua nascita ufficiale, celebrata dalle primarie che ne elessero a metà ottobre 2008 un (allora) supersegretario nazionale modello Cesare, una legione di segretari regionali e un numeroso esercito di baldi costituenti nazionali e regionali. Un anno di età quello del Partito Democratico e potremmo dire che se lo porta gran male.
A guardarlo da come appare tra mass media e opinione della gente sul territorio somiglia molto a Baby Hermann, quel bebè con sigaro che compare all’inizio di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Un infante invecchiato precocemente, ma comunque costretto in un corpo da asilo nido. Certo, con una differenza. Baby Hermann era decisamente simpatico nel suo contrasto tra essere e voler essere. Il PD suona invece stonato. Un’idea musicale interessante e necessaria, ma senza uno spartito che le dia una forma e una sostanza e con un’orchestra che non segue esattamente il direttore.
E in fondo il punto sta proprio in quello spartito che non c’è o non si vede. Per carità, i giornalisti tendono a preoccuparsi di accendere i riflettori solo sulle correnti che guerreggiano sottovoce, sui possibili successori di Veltroni che si affacciano, sulle associazioni che nascono come funghi, sulle televisioni di partito che si moltiplicano come negli anni ‘70. Ma la nuda e pura verità, quella che gridano inascoltati gli elettori delle primarie di un anno fa e quelli delle politiche di soli sei mesi or sono, è di vedere finalmente le carte. Cosa è il PD? Quali sono le cinque (massimo cinque) cose che lo uniscono e che gli danno una rotta? Cosa propone di veramente alternativo al centrodestra per la soluzione della crisi in cui il Paese è entrato? Cosa propone in alternativa, che non significa cosa pensa e critica di quello che il Governo fa e disfa?
Insomma, gli italiani,  (già democratici e non) chiedono al PD, al suo leader e ai suoi aspiranti tali un vero partito. Lo chiedono nell’epoca dell’antipolitica e della personalizzazione, ma lo chiedono proprio al PD perché i partiti personali e populisti ci sono già (il PDL, L’IDV, l’UDC, la Lega, Storace) e se fossero interessati a “prodotti” di quel tipo non avrebbero bisogno di pensare di votare il partito di Veltroni. All’ex-sindaco di Roma e alla direzione del PD gli italiani in cerca di cambiamento chiedono una rotta chiara e nitida sull’identità e sulle proposte e un gioco di squadra sia sul nazionale che sul locale.
Mancano tre settimane alla manifestazione per “salvare l’Italia” e qualcosa di più alla fine del processo che porterà alla nuova legge elettorale per le elezioni europee. E in mezzo il Paese comincia a tremare davvero per i propri conti correnti e per i risparmi a rischio molto di più di quanto non fece per le possibili tasse sui bot e i cct del Governo Prodi. Ecco, è quello che, per esempio, dirà e farà il PD con tante voci ma con un solo messaggio in questo periodo che determinerà una parte consistente del successo possibile di un nuovo percorso per il suo secondo anno di vita.
Fino ad oggi (dalle primarie alle politiche, dal doposconfitta alle feste democratiche ai giorni che viviamo) la sensazione diffusa nell’opinione pubblica è stata che PD potrebbe voler dire "Parliamone Dopo". Nelle prossime prossime settimane il salto di qualità starà nel diventare PD come Parliamo Democratico o, come direbbe Nanni Moretti, “di’ qualcosa di democratico”, ma dillo e dillo chiaro e subito. Altrimenti altro che dopo, il PD a ottobre 2009 potrebbe celebrare il suo terzo anno come Partito Defunto.

postato da: solaria alle ore 20:26 | link | commenti
categorie:
sabato, 05 luglio 2008

In difesa della Costituzione

I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese:

1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni;

2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l'immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell'assunzione della carica, già prevista dall'art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004,

premesso
 che l'art. 1, comma 2 della Costituzione, nell'affermare che "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale,
rilevano,
 con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché:

a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall'art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008);

b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo)

c) pregiudicano l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt'al più, di prevedere criteri - flessibili - cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d'udienza;

d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale;

e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti;

rilevano,
con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all'obbligatorietà dell'azione penale, anche e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini "sono eguali davanti alla legge
Osservano,
 a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni.
Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano la titolarità della carica istituzionale viene assunta non già come fondamento e limite dell'immunità "funzionale", bensì come mero pretesto per sospendere l'ordinario corso della giustizia con riferimento a reati "comuni".

Per ciò che attiene all'analogo art. 1, comma 2 della legge n. 140 del 2003, i sottoscritti rilevano che, nel dichiararne l'incostituzionalità con la citata sentenza n. 24 del 2004, la Corte costituzionale si limitò a constatare che la previsione legislativa in questione difettava di tanti requisiti e condizioni (tra cui la doverosa indicazione del presupposto - e cioè dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata - e l'altrettanto doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità, rispettivamente, del Premier e dei Presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto.

Ma ciò la Corte fece senza con ciò pregiudicare la questione di fondo, qui sottolineata, della necessità che qualsiasi forma di prerogativa comportante deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale.

Infine, date le inesatte notizie diffuse al riguardo, i sottoscritti ritengono opportuno ricordare che l'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno nell'ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente.


L'elenco dei firmatari.

Alessandro Pace, Valerio Onida, Leopoldo Elia, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Cheli, Gianni Ferrara, Alessandro Pizzorusso, Sergio Bartole, Michele Scudiero, Federico Sorrentino, Franco Bassanini, Franco Modugno, Lorenza Carlassare, Umberto Allegretti, Adele Anzon Demmig, Michela Manetti, Roberto Romboli, Stefano Sicardi, Lorenzo Chieffi, Giuseppe Morbidelli, Cesare Pinelli, Gaetano Azzariti, Mario Dogliani, Enzo Balboni, Alfonso Di Giovine, Mauro Volpi, Stefano Maria Cicconetti, Antonio Ruggeri, Augusto Cerri, Francesco Bilancia, Antonio D'Andrea, Andrea Giorgis, Marco Ruotolo, Andrea Pugiotto, Giuditta Brunelli, Pasquale Costanzo, Alessandro Torre, Silvio Gambino, Marina Calamo Specchia, Ernesto Bettinelli, Gladio Gemma, Roberto Pinardi, Giovanni Di Cosimo, Maria Cristina Grisolia, Antonino Spadaro, Gianmario Demuro, Enrico Grosso, Anna Marzanati, Paolo Carrozza, Giovanni Cocco, Massimo Carli, Renato Balduzzi, Paolo Carnevale, Elisabetta Palici di Suni, Maurizio Pedrazza Gorlero, Guerino D'Ignazio, Vittorio Angiolini, Roberto Toniatti, Alfonso Celotto, Antonio Zorzi Giustiniani, Roberto Borrello, Tania Groppi, Marcello Cecchetti, Antonio Saitta, Marco Olivetti, Carmela Salazar, Elena Malfatti, Ferdinando Pinto, Massimo Siclari, Francesco Rigano, Francesco Rimoli, Mario Fiorillo, Aldo Bardusco, Eduardo Gianfrancesco, Maria Agostina Cabiddu, Gian Candido De Martin, Nicoletta Marzona, Carlo Colapietro, Vincenzo Atripaldi, Margherita Raveraira, Massimo Villone, Riccardo Guastini, Emanuele Rossi, Sergio Lariccia, Angela Musumeci, Giuseppe Volpe, Omar Chessa, Barbara Pezzini, Pietro Ciarlo, Sandro Staiano, Jörg Luther, Agatino Cariola, Nicola Occhiocupo, Carlo Casanato, Maria Paola Viviani Schlein, Carmine Pepe, Filippo Donati, Stefano Merlini, Paolo Caretti, Giovanni Tarli Barbieri, Vincenzo Cocozza, Annamaria Poggi.

 

postato da: solaria alle ore 11:47 | link | commenti
categorie: agenda e comunicati
lunedì, 23 giugno 2008

ADERISCI ALL'APPELLO

PER UNA GIORNATA DELLA GIUSTIZIA


Appello da spedire a

veltroni_w@camera.it

dipietro_a@camera.it

redazione@micromega.net


Aderisco all'appello di Furio Colombo, Giuseppe Giulietti e Pancho Pardi pubblicato su MicroMega per una giornata della giustizia, che vi chiedo di convocare al piu' presto per affermare con rinnovata energia la necessita' che l'informazione e la giustizia siano svincolate dal controllo del potere politico.

Il tuo nome e cognome

 

da Paolo Flores d'Arcais
Vedo che Walter Veltroni si è deciso a dare una risposta chiara alla proposta di scendere in piazza contro le ennesime leggi-vergogna di Berlusconi (che avevo ripreso sulla prima pagina dell’Unità di oggi). Appuntamento a settembre. Peccato che l’approvazione delle vergogne sia in calendario in Parlamento tra un paio di settimane. Veltroni insomma propone una forma di protesta decisamente innovativa: non più “sit-in”, non più “meet-up” ma “close-after”. Nel senso di scendere tutti in piazza, a chiudere le stalle, dopo che i buoi sono scappati. Avrà tanti difetti, il segretario del Partito democratico, ma certo non gli manca il senso della comicità.

 

Di seguito la lettera di Paolo Flores d'Arcais a Walter Veltroni, pubblicata il 20/06 in prima pagina su l'Unità:

Caro Walter,
le ultime mosse legislative del governo Berlusconi in tema di giustizia costituiscono o no un vulnus gravissimo alle fondamenta liberaldemocratiche di una convivenza civile? La risposta che si fornisce è decisiva per il tipo di opposizione che di conseguenza si sceglierà.
A me sembra che il disegno di legge sulle intercettazioni, e il decreto sulla sicurezza (con l’emendamento ad personam blocca-processi) costringa ormai a parlare di fascismo strisciante. Non credo proprio si tratti di esagerazioni polemiche. Perfino una personalità di proverbiale saggezza e prudenza, che non ha mai amato la politica girotondina e ha sempre aperto generosissimi crediti alla credibilità dei partiti di centro-sinistra, dai tempi di Berlinguer e passando per tutte le metamorfosi del Pci fino a Veltroni (senza dimenticare l’appoggio a De Mita) - sto parlando di Eugenio Scalfari - è arrivato a dire che se quello di Berlusconi non è già fascismo è qualcosa che sempre più pericolosamente gli si avvicina e gli assomiglia.
Già da molti giorni, consapevoli della gravità della situazione, tre parlamentari dell’opposizione (che prendono il termine nell’accezione del vocabolario della lingua italiana, nel quale si menziona “un’azione di contrasto e di critica” – Devoto-Oli – ma mai di dialogo), l’on. Furio Colombo, l’on. Giuseppe Giulietti e il sen. Francesco Pardi detto Pancho, hanno reso pubblica attraverso il sito www.micromega.net una lettera (vedi sotto) a te e Antonio Di Pietro, nella vostra qualità di capi del Partito democratico e dell’Italia dei valori, nella quale vi invitavano ad indire una manifestazione pubblica (a scendere in piazza, insomma) che vedesse insieme opposizione parlamentare e società civile (quella definita “giustizialista”, sottolineavano i tre parlamentari, a scanso di equivoci). Lettera sostenuta da personalità come Margherita Hack, Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, e da migliaia di cittadini che stanno firmando sul sito www.micromega.net.
Antonio Di Pietro ha risposto positivamente, a nome del suo intero partito. Di una tua risposta, invece, sui due principali quotidiani di giovedì 19 giugno, non c’è ancora traccia alcuna. Forse perché la nota che hai diramato alle agenzia costituisce un perfetto esempio di risposta-non-risposta. In essa infatti si legge che “il leader del Partito democratico condivide le ragioni che hanno spinto a promuovere l'appello. Rispetto all'iniziativa di piazza, tuttavia, almeno per il momento Veltroni non aderisce”. Almeno per il momento. Che vuol dire? Che in futuro potresti? E quando, se non ora?
Oggi che tutti fanno a gare per dichiararsi cristiani, credo che un tratto squisitamente evangelico dovremmo assumerlo tutti, politici in primis: “il tuo dire sia sì sì no no, perché il di più viene dal maligno” (Matteo, 5,37). Oltretutto, in politica la scelta dei tempi è cruciale, e rispetto al disegno di legge sulle intercettazioni, che fa strame del principio secondo cui “la legge è eguale per tutti”, e rende di fatto impossibile ogni indagine per tutti i crimini di establishment, la scadenza per una manifestazione è dettata dal calendario parlamentare.
Questa legge-canaglia va in discussione tra due settimane, o si scende in piazza un minuto prima che la discussione inizi oppure vuol dire che alle manifestazioni si vuole rinunciare. E per manifestare tra due settimane, e in modo unitario, opposizione parlamentare accanto a società civile “giustizialista”, bisogna cominciare a lavorare subito, a organizzare subito, a mobilitarsi subito. Altrimenti è preferibile un chiaro e rotondo no, in cui ciascuno si assume le sue responsabilità (per atti od omissioni) di fronte al baratro morale e costituzionale in cui Berlusconi sta trascinando il paese.
I cittadini democratici, per i quali “la legge uguale per tutti” non costituisce un optional, troveranno comunque i modi per testimoniare pubblicamente, anche da soli, contro questo strame di legalità. Ma le forze politiche che questa protesta lasceranno senza rappresentanza in parlamento perderanno per sempre ogni credibilità di fronte ai tanti, tantissimi elettori (sempre più ex-elettori), che non capiscono l’ossimoro di una “opposizione che non esclude il dialogo”.
Un caro saluto,
tuo Paolo Flores d’Arcais

(20 giugno 2008)

 Lettera di Colombo, Giulietti e Pardi

Caro Walter Veltroni, Caro Antonio Di Pietro,
lo spirito con cui scriviamo a Voi questa lettera è di allarme per la promessa fatta solennemente sabato scorso dal Presidente del Consiglio Berlusconi al convegno dei giovani industriali.
Se ci saranno ancora intercettazioni nelle indagini contro la criminalità saranno puniti con cinque anni di carcere i magistrati che hanno richiesto le intercettazioni, con cinque anni di carcere chiunque si presterà a eseguire l’ordine e a renderlo disponibile, nei modi e tempi previsti attualmente dalle leggi in vigore (e non cancellate) e cinque anni di carcere ai giornalisti che, sulla carta stampata, in televisione o in rete rendano possibile la divulgazione di atti altrimenti consentiti dalle leggi.
Ricorderete che come nella sequenza di un film deliberatamente pensato per denigrare gli imprenditori italiani (nel caso i più nuovi e più giovani) i tre impegni del Presidente del Consiglio, contro i giudici, contro i giornalisti, contro chiunque voglia restare nella lettera e nello spirito della Costituzione combattendo il crimine, sono stati accolti da uno scroscio di applausi entusiastici.
Anzi ci sono stati tre scrosci, come per ringraziare il premier per la pietra tombale che si appresta a gettare sulla giustizia e per la protezione offerta alla criminalità, soprattutto la criminalità dei colletti bianchi, degli affari, delle banche, delle aste truccate, dello insider trading, del passaggio indebito e riservato di notizie che arricchiscono immensamente e scardinano la concorrenza se conosciute solo da alcuni prima del tempo. E la criminalità delle cliniche.
Ma le tre aree indicate come sole permesse per le intercettazioni sono solo una parte di tutta la criminalità che tormenta il paese e contro cui si battono magistrati e forze dell’ordine. E non solo: interi rami di attività criminosa di mafia, camorra e ndrangheta si esercitano e si attuano lungo percorsi che adesso diventano area proibita alle intercettazioni, come gli affari di finanza.
Nello scrivervi questa lettera noi siamo certi che condividete il nostro allarme. Però nelle grandi questioni pubbliche che riguardano soprattutto la protezione dei cittadini (che sono coloro che pagano i grandi imbrogli, le grandi truffe, i grandi silenzi) è importante che l’allarme diventi pubblico, proclamato, comune.
Siamo convinti che il Partito Democratico e l’Italia dei Valori debbano – con urgenza – farsi testimoni di un allarme che vuole avvertire il Paese contro questi tre solenni impegni liberticidi. Viene denunciato il normale percorso della giustizia, viene deformato il fondamento della democrazia che esige la separazione dei poteri, si mette in atto un attacco del potere esecutivo contro il potere giudiziario ma anche contro le prerogative del Parlamento. Infatti il nuovo applaudito editto contro i giudici di Silvio Berlusconi corrisponde, nella forma stentorea e definitiva dell’annuncio, a un potere che un primo ministro democratico non ha. E scavalca con la disinvoltura delle nascenti dittature la voce del Parlamento.
L'editto presidenziale è una minaccia intimidatoria contro i giornalisti italiani che osassero disubbidire e rendere pubbliche notizie di crimini.
Noi siamo convinti che il Partito democratico e l’Italia dei Valori siano i naturali difensori della giustizia e della libera informazione nel paese di un vasto conflitto di interessi mediatico in cui gran parte delle fonti di informazione sono già nelle mani di una sola persona, in veste di proprietario e capo del Governo. Perciò contiamo di ritrovarci uniti con i cittadini che ci hanno votato in una “giornata della giustizia” che vi chiediamo di convocare al più presto. Una grande manifestazione in piazza del protagonismo civile, a torto definito giustizialista, per affermare con rinnovata energia la necessità che l’informazione e la giustizia siano svincolate dal controllo del potere politico.
Abbiamo di fronte un governo prepotente e deciso a tutelare gli interessi particolari che incarna e rappresenta, e a gestire il Parlamento come un parco a tema a cui, di volta in volta, si impongono immagini e rituali di Berlusconi e di Bossi, in un alternarsi di protezionismi, interessi speciali e paure ingigantite fino alla caccia all’uomo. In questa situazione preoccupante e grave, noi pensiamo che il silenzio sia il vero pericolo che dobbiamo respingere con la massima energia.

Roma, 12 giugno 2008

On. Furio Colombo
On. Giuseppe Giulietti
Sen. Francesco Pardi

postato da: solaria alle ore 15:38 | link | commenti
categorie: agenda e comunicati
martedì, 20 maggio 2008

Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani  per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo  in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi)  i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già  di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il  nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.

Il Papa, tutto questo, non lo sa.  Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz,  con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri  dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere  meno sensibile ai  provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.

Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti  degli abituri devastati dei Rom... Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi  finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?

Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”.

Cristo si è fermato in piazza  San Pietro?

da www.ettoremasina.it


postato da: solaria alle ore 16:50 | link | commenti
categorie: rassegna stampa
domenica, 18 maggio 2008

Prima Festa Nazionale dell'A.N.P.I
 
tre giorni di cultura AntiFascista

scarica il programma e tutte le informazioni


postato da: solaria alle ore 10:04 | link | commenti
categorie:
giovedì, 13 marzo 2008

INTERVISTA DI ME A ME MEDESIMO SULLA VITA E SUL PD

Scritto da Nando dalla Chiesa


D. E ora, Sottosegretario?
R. E ora si va a Palermo. Sì, a Palermo. Non mi guardi in quel modo. Se non vogliono che faccia le mie battaglie per la legalità dall’interno del parlamento, le andrò a fare direttamente sul campo più simbolico, almeno per me. Andrò all’università di Palermo. A Milano il mio corso è quello di Sociologia economica. In Sicilia ne farò un punto di riferimento civile e scientifico sui temi dell’economia illegale: pizzo, usura, capitali sporchi, economia di mercato. E anche cultura imprenditoriale per le nuove generazioni: non le voglio più vedere schiave dei concorsi pubblici, in attesa di una supplenza settimanale a scuola. Ci vuole una rivoluzione delle menti. E di tutto il contesto, ovviamente.

D. Abbandona Milano, allora?
R. Nemmeno per idea. Invece di fare il pendolare Milano-Roma, più i miei giri per l’Italia, farò il pendolare Milano-Palermo, più i miei giri per l’Italia. Sono abituato a lavorare molto. A Palermo e ai suoi giovani darò molto. Ma non lascerò Milano. Continuerò a essere me stesso. Cioè uno che si batte per buone cause, che sperimenta forme di impegno differenti, che viaggia senza interruzione per i suoi appuntamenti civili o culturali. A Milano c’è Melampo, la casa editrice. Finora per me e i due miei soci-allievi, Lillo Garlisi e Jimmy Carocchi, è stata come un giocattolo, e nonostante ciò nel 2007 il fatturato è aumentato del 70 per cento. Ora la lanceremo in grande stile. In più lo spazio Melampo, che abbiamo inaugurato da poco, diventerà un centro di cultura viva e originale. Milano ne ha bisogno. E magari faremo un bel Melampo news.

D. Insomma, università e casa editrice. E dintorni…
R. Be’, non fermiamoci. E il teatro dove lo mette? Ho intenzione di dedicarmici sul serio. L’anteprima di “Poliziotta per amore”, il mio monologo teatrale, è andata bene, diventerà uno spettacolo per la stagione romana 2008-2009. Mentre dalle “Ribelli” è stato tratto un altro spettacolo che andrà al Parenti a Milano e all’India a Roma. E ho appena finito un altro testo, “Omicidio colposo”, anche se per quello c’è tempo. E l’”Unità”? Finche ci sarà Padellaro voglio scriverci, è uno dei miei motivi di orgoglio. E anche su “Europa” continuerò. Venderà poco ma a me non dispiace affatto. E il Blog diventerà uno strumento di comunicazione più potente. Finora l’ho seguito tra molte difficoltà. Ma se l’immagina con i video e con le rubriche? E poi i libri… Sto scrivendone uno per Einaudi, “Album di famiglia”, uscirà in autunno: è un po’ il senso delle istituzioni visto attraverso quattro generazioni di dalla Chiesa. Dai due nonni generali ai i miei Gracchi, i miei splendidi figli… Dimenticavo. Il Mantova Musica Festival: quest’anno avrà per titolo “La mia vita è come un rock”. E in luglio proverò a fare quello dedicato ai giovani di accademie e conservatori.

D. Dunque tutto tranne la politica. E’ così?
R. Questo lo dice lei. In primo luogo perché la politica attraverserà in un modo o nell’altro tutte le mie attività. E, reciprocamente, queste attività “faranno” politica. Lo lascio credere volentieri ad altri che la politica sia una somma di operazioni di Palazzo, più una spruzzata di comparsate televisive. In secondo luogo perché io nel Partito democratico ci credo davvero. E farò di tutto perché diventi un’altra cosa. L’Italia merita un bel partito democratico. E, se non lo merita, ne ha bisogno.

D. Intanto però il Partito democratico in parlamento non l’ha voluta. Perché c’è rimasto così male se ha tutti questi programmi e se con questi programmi farà comunque politica? L’ha appena detto lei...
R. E glielo confermo. Si figuri se non ricordo quello che feci nei cinque anni di opposizione a Berlusconi. Il parlamento era ridotto a un luogo-vassallo. Ratificava decisioni prese altrove. Mi inventai di tutto: dalla manifestazione di piazza Navona, ai sit-in, al sostegno ai girotondi, all’aereo che volteggiava sul senato con la scritta “la legge è uguale per tutti”, al festival di Mantova (ricorda? Tony Renis direttore artistico a Sanremo…), centinaia di racconti in diretta dal Senato per l’Unità e Avvenimenti, fino al teatro civile, con “Il partito dell’amore”, in cui imitavo Berlusconi. Io sono un timido. Pensa che l’avrei fatto se non per la convinzione che fosse politicamente utile? Ne ho fatta di politica fuori dal parlamento. Forse, tra i parlamentari, come nessuno.

D. Appunto. E allora?
R. E allora glielo spiego subito. Il parlamento sarà anche stato svuotato. Ma a un certo punto è lì che sai subito che cosa sta per essere deciso di inconfessabile; ed è lì che le decisioni vengono ratificate. Ci sarebbe mai stata la manifestazione di un milione di persone a piazza San Giovanni sulla Cirami se una sera di luglio del 2002 (la sera delle mie nozze d’argento, con mia moglie venuta da Milano che mi attendeva inutilmente fuori dal senato per festeggiare) io non avessi colto al volo che volevano far passare la legge a tambur battente, non avessi intuito qualche cedevolezza di altri esponenti dell’opposizione e non avessi occupato alle due di notte l’aula della commissione Giustizia e non avessi poi fatto una conferenza stampa di denuncia chiamando i girotondi alla mobilitazione? Vede, c’è un dettaglio della vita del Senato in quella legislatura che nessuno conosce, ma che può servire a far capire. In commissione Giustizia si formò una combinazione umana fantastica. In particolare nacque un trio composto da Elvio Fassone, coltissimo ex magistrato torinese, diessino, Giampolo Zancan, avvocato d’assalto, torinese anche lui, eletto con i verdi, e da me. Fummo la spina dorsale dell’opposizione.

D. Non sta esagerando un po’?
R. Aspetti. Fu o no quella legislatura caratterizzata soprattutto dalle leggi della vergogna, Cirami, rientro dei capitali, rogatorie, falso in bilancio, lodo Schifani, Pecorella, controriforma della giustizia ecc? In ogni caso la giustizia ne fu la questione cruciale. Ecco, lei sa che cosa si dice in genere tra parlamentari? Che alla Camera si fa politica e al Senato si mangia bene. Be’, quella invece fu l’unica legislatura in cui la battaglia vera si fece al Senato. Facevamo un gioco di squadra scientifico. Fassone partiva flemmatico e inflessibile con la sua dottrina e tracciava il solco per tutti, Zancan ci si gettava con la sua esperienza di malagiustizia citando (ed era stupendo) processi di Pinerolo, di Bressanone, alle Bierre, ecc; io arrivavo per terzo e ci mettevo lotta alla mafia, sociologia del diritto e rabbia genuina. E poi a turno Ayala, Cavallaro, Brutti, Calvi, Maritati. E per loro tutto diventava difficile. Molte cose gliele abbiamo impedite o li abbiamo costretti a farle così di fretta da dover poi subire gli interventi della Corte o vedere vanificati i loro tentativi dalla stessa giurisprudenza. La sa una cosa? La legislatura dopo non c’era più nessuno dei tre. Per Fassone scattò la regola dei due mandati (che per altri diessini in commissione non scattò), per Zancan scattò la regola di Pecoraro Scanio (faccio quello che voglio io), per me - l’unico - scattò la regola che bisognava decidere prima del voto se si voleva andare al governo o in parlamento. Nulla fu concordato, è ovvio. Ma posso dire che se ci fossimo stati noi tre in quella commissione, probabilmente l’indulto non sarebbe passato? Vede? Questo non si può ottenere né con il teatro né con i libri…

D. Lei in ogni caso in parlamento non avrebbe potuto tornarci per via della regola dei tre mandati stabilita dal suo partito. Non la condivide questa regola?
R. Sì se è una regola che vale per tutti. Lei se l’immagina un parlamento che fa una legge e poi dice ai cittadini: questa però vale solo per voi? Succede nella repubblica delle banane. Qui è successo esattamente così. Un gruppo dirigente ha fatto la regola e ha deciso che per sé non valeva. E ha fatto delle altre leggi ad personam. Il tetto non vale, per esempio, per i vicecapigruppo in parlamento. I vicecapigruppo, assoluti sconosciuti, ma si rende conto? A quel punto la regola è una barzelletta. Ed è a questo punto che, in quanto barzelletta, la contesto. Serve fare largo a giovani e donne? Sono d’accordo, ho firmato anche per il 50 per cento di donne. Ma allora dico due cose: 1) è questo il modo migliore per “fare largo”? 2) e a quali giovani e donne bisognerebbe fare largo?

D. E lei come risponde?
R. Io rispondo che il metodo è assurdo. Se uno vuole davvero costruire un’Italia fondata sui meriti, deve farlo a partire dalle candidature al parlamento, ossia dal luogo in cui si fanno le leggi. E allora se bisogna “sfrondare” si mandano fuori per prima cosa i fannulloni. Lo sanno tutti, ma proprio tutti, che alle commissioni, in parlamento, partecipa non più di un terzo dei deputati e non più della metà dei senatori. Gli altri ci capitano ogni tanto a votare, chiamati ansiosamente al telefono, e per il resto vanno in aula a leggere il giornale, telefonare e schiacciare il bottone. E allora, chi si manda via: chi ha fatto una, due legislature in panciolle o chi ne ha fatte tre spremendosi come un limone? Il guaio è che continua a valere il principio di anzianità, sia pure rovesciato. C’è sempre un assente in questa storia, il merito. E d’altronde se a decidere le candidature è gente che non è mai stata in un’azienda o in una organizzazione moderna, non potrà essere diversamente. Quanto alle donne e ai giovani da fare entrare, un conto è se si candidano persone che si sono conquistate i galloni sul campo, un conto è se si fa un’infornata dei propri segretari, assistenti, consulenti, portavoce, figli e parenti. Giusto? Se mi dicono che entra uno dei ragazzi che hanno guidato l’occupazione dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ha un senso. E’ un giovane che rappresenta altri giovani. Ma se mi dici che ci metti la tua segretaria, io dico che è una truffa. E che un’operazione presentata come il mezzo per smantellare “la casta”, esprime l’arroganza della casta. Aggiunge alla casta la “castina”. E anzi le dico pure un’altra cosa…

D. Quale?
R. Che questo metodo potrà pure avere il vantaggio di avere persone perfettamente ubbidienti e di scaricare sulle istituzioni il costo di qualche portavoce personale. Ma ci renderà più deboli in parlamento. Perché lì l’esperienza pesa, guardi che io ho raggiunto la mia massima efficacia nella terza legislatura. E dal momento che la regola dei mandati non vale per tutti i partiti, noi avremo un esercito di esordienti contro truppe di lupi da parlamento. Che se li mangeranno. Date tutte queste considerazioni, insomma, quando vedo Franceschini annunciare in tivù, tutto giulivo, quanta gente nuova ha messo in lista, mi viene da cambiar canale.

D. Ma non è giusto arginare il professionismo politico?
R. Certo che lo è. Ma anzitutto, glielo ripeto, se vale per tutti. Ma poi lei pensa che il professionismo politico consista solo nello stare in parlamento? Mi ascolti bene. Se uno inizia a fare il funzionario di partito a venti o ventidue anni, poi dopo dieci gli fanno fare l’assessore o lo pagano per scrivere sul giornale di partito, poi dopo altri dieci lo mettono in un consiglio d’amministrazione di una municipalizzata o di una cooperativa e poi si fa un consiglio regionale e due legislature in parlamento, secondo lei quello che cos’è, società civile perché non ha tre mandati? Se vuole che poi che venga al mio caso personale…

D. Appunto…
R. …ecco, le dico che io ho due mandati e mezzo, nemmeno consecutivi. E che se il mio problema fosse il professionismo della politica, ora starei a chiedere un “risarcimento”. Che nel linguaggio politico significa una carica politica remunerata. Magari di assistente di nuovi parlamentari (anche questo succede, sa?), o di consulente dell’Antimafia, o di consulente di questo o di quell’assessorato presso un’amministrazione di sinistra. O un consiglio d’amministrazione. Ma l’ho detto alla Bindi, per chiarire bene chi fossi: non mi vedrete mai in Transatlantico a chiedere un incarico.

D. Lei ha usato più volte in questi giorni l’aggettivo “amareggiato”. Perché?
R. Guardi, premesso che quando mi sveglio al mattino sto già a progettare il mio corso di Sociologia economica, e che io per abitudine mi tuffo più volentieri nel futuro che nel passato, vuole che non sia amareggiato? Mi sono battuto dagli inizi degli anni novanta per il partito democratico e quando nasce vengo messo fuori dalla sua prima rappresentanza parlamentare da gente che fino a due anni fa era contraria a farlo. Per un tempo lunghissimo non ho quasi avuto vita privata per garantire alla politica una patente di credibilità presso la società civile, e quando hanno finto di raccogliere le domande di rinnovamento della società civile mi hanno messo alla porta. Certo, insieme ad altri; di cui mi fanno l’elenco, quasi a dirmi che non so accettare un’esclusione: ma è un elenco di persone sconosciute e senza battaglie alle spalle, alcuni addirittura transfughi dalla destra. O di gente con sei-sette legislature. E questo mi offende ancora di più. Insieme a un’altra cosa che dico da un paio di giorni rompendo i miei pudori.

D. Ossia?
R. Che un po’ mi ha fatto male vedere certi personaggi alla continua rincorsa di cognomi da rotocalco, e pronti però a disfarsi con un’alzata di spalle di uno dei cognomi più rispettati dagli italiani nelle storia della Repubblica, un cognome che io credo di avere onorato. Onestamente: non so se la destra l’avrebbe fatto. D’altronde a volte si ha la sensazione di avere a che fare con persone prive di senso della storia. Quasi lo stesso è successo a Giovanni Bachelet. Per lui a Roma hanno raccolto migliaia di firme, è un testimone della società civile e della comunità scientifica. Lui non aveva nemmeno alcun mandato alle spalle. Be’ l’hanno messo in zona retrocessione, tra quelli che possono non passare… Mi domando come si possa costruire la storia senza avere il senso della storia.

D. Senta, però lei è arrivato a far parte di un governo. Dunque non è stato un emarginato. E allora perché ora sarebbe scattata questa preclusione? Ha avuto qualche scontro in questi due anni?
R. No. O meglio: ci ho pensato e non credo che la causa di questa rimozione si debba cercare negli ultimi due anni. E’ una vicenda più lunga. Vede, io sono entrato in politica con la Rete. Un movimento eretico, che finanziò la sua campagna elettorale ipotecando le case dei suoi fondatori. Poi ci tornai perché i verdi di Ripa di Meana e di Ronchi mi chiesero di candidarmi da indipendente con loro. Entrai nei Democratici seguendone il percorso fino al Partito Democratico. Ma qui mi sono ritrovato, senza più recinti e protezioni, nel mare magno in cui comandano gli ex democristiani e gli ex comunisti. E io per loro sono quello di Società Civile a Milano, quello che denunciò Tangentopoli (la Tangentopoli delle sinistre) prima di Di Pietro. Sono quello che con la Rete si è battuto per abolire l’immunità parlamentare. Sono quello della prima denuncia scritta e processuale delle complicità di Andreotti. Vuole che continui? Ho solo l’elenco, da piazza Navona (e la colpa di avere dato la parola a Nanni Moretti) fino alla lotta pubblica contro le tessere false della Margherita. E’ la mia vita. E’ la mia vita che di fronte a molti di loro mi rende un corpo estraneo.

D. Ma lei condivide quel che le ha scritto l’economista Marco Vitale? pensa cioè di subire un isolamento analogo a quello di suo padre?
R. La drammaticità dello scontro sostenuto da mio padre, e l’infinito coraggio che richiese la sua azione, sono senza confronto. Ma la sensazione di essere corpo estraneo a causa di un diverso senso delle istituzioni, questo sì, lo avverto. E guardi, il problema non è Veltroni. Con lui ho sempre avuto rapporti cordiali, anche amichevoli. Non credo neanche che abbia potuto seguire molto la gestione delle liste. Ieri mi è arrivata una sua lettera di fine febbraio, di elogio per il testo di “Poliziotta per amore”, che mi aveva chiesto tempo fa di leggere e che gli avevo mandato. Si capisce che il testo l’ha letto veramente, fra l’altro. Il che non dev’essere stato semplice, con quello che ha da fare. Il problema è di sistema. Di culture di sistema, di correnti, di miopie e arroganze diffuse. Che rischiano di strozzare in culla il Partito democratico.

D. Mi scusi ma a questo punto una domanda devo fargliela, anche perché se la fanno in molti.
R. Prego…

D. Ma la Bindi l’ha sostenuta in questa vicenda?
R. Probabilmente sì. Ma il fatto per me sconvolgente è stato di avere saputo, a liste già fatte, che da giorni era stato deciso che io non dovessi avere la deroga. Ossia: dal quartiere generale delle candidature hanno detto alla Bindi che per chi l’aveva sostenuta alle primarie c’era una deroga sola a disposizione (alla faccia del rifiuto delle correnti…), lei e non so chi hanno deciso di darla a Franco Monaco, ma a me non hanno detto niente. Io per decoro telefonavo non più di una volta ogni due giorni (c’è gente che si è piazzata a Roma, mentre io viaggiavo per gli incarichi di Ministero) e loro mi dicevano di stare tranquillo, che avrebbero fatto il possibile, che sapevano il mio valore e la mia utilità. Poi l’ultimo giorno non ho più sentito nessuno. Al mattino ho ricevuto l’sms di due amici lombardi: “ci spiace, ti siamo vicini”. Ho chiesto anch’io per sms, per non disturbare, a chi stava contrattando le liste. Nessuna risposta. Solo a sera, mezz’ora dopo l’annuncio dei Tg che le liste erano state firmate, e dopo molte sollecitazioni, mi ha chiamato la Bindi per dirmi della decisione presa giorni prima a mio svantaggio.

D. Gliel’hanno detto a cose fatte temendo una reazione dell’opinione pubblica che potesse costringerli ad altre decisioni? R. E’ possibile. Il fatto è che a quel punto la stessa offerta di Di Pietro, anziché acquisire un valore simbolico generale, visto che anche lì le liste erano già state fatte, acquisiva il sapore di una candidatura di lista, alla ricerca di un seggio purchessia. Di Pietro forse non poteva fare diversamente, e ringrazio lui e Orlando. Ma io non potevo accettare. Fatto sta che, salva un’altra telefonata della Bindi dopo la lettera aperta che le ha mandato mio figlio, io non ho più sentito nessuno. Nessuno mi ha spiegato perché la deroga sia stata respinta. Un silenzio assoluto. Totale. Una vera comunità umana, non c’è che dire. Per fortuna che c’è stata quella marea di firme a mio sostegno. Se no me lo sarei chiesto davvero: ma per chi ho lavorato in questi anni?

D. E qui casca l’asino, se mi passa l’espressione. Ma lei pensa davvero di continuare a lavorare per un partito così?
R. E me lo chiede? Guardi, io, diversamente da altri, non ho vissuto camminando su un tappeto rosso, portato per mano da qualche nume tutelare. Ho qualche cicatrice sulla faccia. E so che cos’è la politica. Ho scritto anni fa che è anche “mal di cuore”. Lo confermo. Io non smetto per così poco. Un esponente del Pd milanese ha detto, prima che le liste fossero chiuse, “finalmente ci siamo liberati di chi ci ha fatto perdere”. No, non si sono liberati. E anzi, posso aggiungere una cosa?

D. Ci mancherebbe, questa è un’intervista libera.
R. La teoria che io farei perdere è la coperta che usano per evitare di dire pubblicamente la verità: e cioè che quel che di me non sopportano è proprio l’idea che io ho dei rapporti tra partiti, istituzioni e società civile. Rimonta al ’93, questa teoria, a quando mi presentai candidato sindaco. La sinistra stava affondando sotto i colpi di Tangentopoli, i militanti dell’allora Pds andavano in tivù a dire che avrebbero raccolto una colletta per restituire il maltolto dei loro amministratori. Io diedi - posso dirlo? - un’immagine pulita a tanti che lo meritavano e, nel pieno dell’ondata leghista (presero il 42 percento a Milano!), avendo il Pds sotto il 9 per cento…

D. Sotto il 9 per cento?
R. Sì, ha capito bene, avendo il Pds sotto il 9 per cento, portai la sinistra al 43 per cento. E mi diedero pure la colpa della sconfitta! per non avere l’incomodo di spiegare le vere ragioni di quell’ostilità…Ecco, ora qualcuno vorrebbe espellermi... Io invece ritengo di essere il socio ideale del Partito democratico. Non so prevedere, onestamente, per quali vie si dovrà passare. Alcune saranno anche accidentate, potranno pure sembrare contraddittorie. Ma lì voglio arrivare, a un partito democratico degno di questo nome. Molti pensano che il peso delle persone corrisponda alle loro apparizioni televisive. Io in tivù non ci vado, è vero, non faccio parte delle compagnie di giro catodico di Vespa e degli altri; ma giro molto per l’Italia reale, e da decenni. Un credito ce l’ho, come per fortuna ha dimostrato la mobilitazione di questi giorni. E cercherò di spenderlo nel modo migliore. Anzi la stupirò: farò pure un po’ di iniziative elettorali per il Pd di oggi. Manterrò gli impegni già presi prima di sapere della mia esclusione. E oggi ne ho aggiunto un altro per una persona che stimo molto.

D. Un’ultima domanda, Sottosegretario. Ma se ha tutti questi progetti, perché deve andare proprio a Palermo?
R. Per quello che le ho già detto all’inizio, ovviamente. E per un’altra ragione. Perché credo che una fase davvero nuova nella vita di una persona si apra e si possa aprire solo con una grande sfida. Una sfida che dia senso al futuro ma anche a ciò che si è fatto prima. Nonostante quel che è accaduto, io amo Palermo e i siciliani. E sono sicuro che questa sfida mi darà più forza e vitalità anche per affrontare le altre. In fondo la giovinezza è il contrario di un tappeto di velluto rosso. E’ amore per la lotta. E io mi porto scolpita nella testa quella stupenda frase di Picasso: ci vuole molto tempo per diventare giovani.

postato da: solaria alle ore 15:40 | link | commenti
categorie:

INTERVISTA DI ME A ME MEDESIMO SULLA VITA E SUL PD

Scritto da Nando dalla Chiesa


D. E ora, Sottosegretario?

R. E ora si va a Palermo. Sì, a Palermo. Non mi guardi in quel modo. Se non vogliono che faccia le mie battaglie per la legalità dall’interno del parlamento, le andrò a fare direttamente sul campo più simbolico, almeno per me. Andrò all’università di Palermo. A Milano il mio corso è quello di Sociologia economica. In Sicilia ne farò un punto di riferimento civile e scientifico sui temi dell’economia illegale: pizzo, usura, capitali sporchi, economia di mercato. E anche cultura imprenditoriale per le nuove generazioni: non le voglio più vedere schiave dei concorsi pubblici, in attesa di una supplenza settimanale a scuola. Ci vuole una rivoluzione delle menti. E di tutto il contesto, ovviamente.

D. Abbandona Milano, allora?

R. Nemmeno per idea. Invece di fare il pendolare Milano-Roma, più i miei giri per l’Italia, farò il pendolare Milano-Palermo, più i miei giri per l’Italia. Sono abituato a lavorare molto. A Palermo e ai suoi giovani darò molto. Ma non lascerò Milano. Continuerò a essere me stesso. Cioè uno che si batte per buone cause, che sperimenta forme di impegno differenti, che viaggia senza interruzione per i suoi appuntamenti civili o culturali. A Milano c’è Melampo, la casa editrice. Finora per me e i due miei soci-allievi, Lillo Garlisi e Jimmy Carocchi, è stata come un giocattolo, e nonostante ciò nel 2007 il fatturato è aumentato del 70 per cento. Ora la lanceremo in grande stile. In più lo spazio Melampo, che abbiamo inaugurato da poco, diventerà un centro di cultura viva e originale. Milano ne ha bisogno. E magari faremo un bel Melampo news.

D. Insomma, università e casa editrice. E dintorni…

R. Be’, non fermiamoci. E il teatro dove lo mette? Ho intenzione di dedicarmici sul serio. L’anteprima di “Poliziotta per amore”, il mio monologo teatrale, è andata bene, diventerà uno spettacolo per la stagione romana 2008-2009. Mentre dalle “Ribelli” è stato tratto un altro spettacolo che andrà al Parenti a Milano e all’India a Roma. E ho appena finito un altro testo, “Omicidio colposo”, anche se per quello c’è tempo. E l’”Unità”? Finche ci sarà Padellaro voglio scriverci, è uno dei miei motivi di orgoglio. E anche su “Europa” continuerò. Venderà poco ma a me non dispiace affatto. E il Blog diventerà uno strumento di comunicazione più potente. Finora l’ho seguito tra molte difficoltà. Ma se l’immagina con i video e con le rubriche? E poi i libri… Sto scrivendone uno per Einaudi, “Album di famiglia”, uscirà in autunno: è un po’ il senso delle istituzioni visto attraverso quattro generazioni di dalla Chiesa. Dai due nonni generali ai i miei Gracchi, i miei splendidi figli… Dimenticavo. Il Mantova Musica Festival: quest’anno avrà per titolo “La mia vita è come un rock”. E in luglio proverò a fare quello dedicato ai giovani di accademie e conservatori.

D. Dunque tutto tranne la politica. E’ così?

R. Questo lo dice lei. In primo luogo perché la politica attraverserà in un modo o nell’altro tutte le mie attività. E, reciprocamente, queste attività “faranno” politica. Lo lascio credere volentieri ad altri che la politica sia una somma di operazioni di Palazzo, più una spruzzata di comparsate televisive. In secondo luogo perché io nel Partito democratico ci credo davvero. E farò di tutto perché diventi un’altra cosa. L’Italia merita un bel partito democratico. E, se non lo merita, ne ha bisogno.

D. Intanto però il Partito democratico in parlamento non l’ha voluta. Perché c’è rimasto così male se ha tutti questi programmi e se con questi programmi farà comunque politica? L’ha appena detto lei...

R. E glielo confermo. Si figuri se non ricordo quello che feci nei cinque anni di opposizione a Berlusconi. Il parlamento era ridotto a un luogo-vassallo. Ratificava decisioni prese altrove. Mi inventai di tutto: dalla manifestazione di piazza Navona, ai sit-in, al sostegno ai girotondi, all’aereo che volteggiava sul senato con la scritta “la legge è uguale per tutti”, al festival di Mantova (ricorda? Tony Renis direttore artistico a Sanremo…), centinaia di racconti in diretta dal Senato per l’Unità e Avvenimenti, fino al teatro civile, con “Il partito dell’amore”, in cui imitavo Berlusconi. Io sono un timido. Pensa che l’avrei fatto se non per la convinzione che fosse politicamente utile? Ne ho fatta di politica fuori dal parlamento. Forse, tra i parlamentari, come nessuno.

D. Appunto. E allora?

R. E allora glielo spiego subito. Il parlamento sarà anche stato svuotato. Ma a un certo punto è lì che sai subito che cosa sta per essere deciso di inconfessabile; ed è lì che le decisioni vengono ratificate. Ci sarebbe mai stata la manifestazione di un milione di persone a piazza San Giovanni sulla Cirami se una sera di luglio del 2002 (la sera delle mie nozze d’argento, con mia moglie venuta da Milano che mi attendeva inutilmente fuori dal senato per festeggiare) io non avessi colto al volo che volevano far passare la legge a tambur battente, non avessi intuito qualche cedevolezza di altri esponenti dell’opposizione e non avessi occupato alle due di notte l’aula della commissione Giustizia e non avessi poi fatto una conferenza stampa di denuncia chiamando i girotondi alla mobilitazione? Vede, c’è un dettaglio della vita del Senato in quella legislatura che nessuno conosce, ma che può servire a far capire. In commissione Giustizia si formò una combinazione umana fantastica. In particolare nacque un trio composto da Elvio Fassone, coltissimo ex magistrato torinese, diessino, Giampolo Zancan, avvocato d’assalto, torinese anche lui, eletto con i verdi, e da me. Fummo la spina dorsale dell’opposizione.

D. Non sta esagerando un po’?

R. Aspetti. Fu o no quella legislatura caratterizzata soprattutto dalle leggi della vergogna, Cirami, rientro dei capitali, rogatorie, falso in bilancio, lodo Schifani, Pecorella, controriforma della giustizia ecc? In ogni caso la giustizia ne fu la questione cruciale. Ecco, lei sa che cosa si dice in genere tra parlamentari? Che alla Camera si fa politica e al Senato si mangia bene. Be’, quella invece fu l’unica legislatura in cui la battaglia vera si fece al Senato. Facevamo un gioco di squadra scientifico. Fassone partiva flemmatico e inflessibile con la sua dottrina e tracciava il solco per tutti, Zancan ci si gettava con la sua esperienza di malagiustizia citando (ed era stupendo) processi di Pinerolo, di Bressanone, alle Bierre, ecc; io arrivavo per terzo e ci mettevo lotta alla mafia, sociologia del diritto e rabbia genuina. E poi a turno Ayala, Cavallaro, Brutti, Calvi, Maritati. E per loro tutto diventava difficile. Molte cose gliele abbiamo impedite o li abbiamo costretti a farle così di fretta da dover poi subire gli interventi della Corte o vedere vanificati i loro tentativi dalla stessa giurisprudenza. La sa una cosa? La legislatura dopo non c’era più nessuno dei tre. Per Fassone scattò la regola dei due mandati (che per altri diessini in commissione non scattò), per Zancan scattò la regola di Pecoraro Scanio (faccio quello che voglio io), per me - l’unico - scattò la regola che bisognava decidere prima del voto se si voleva andare al governo o in parlamento. Nulla fu concordato, è ovvio. Ma posso dire che se ci fossimo stati noi tre in quella commissione, probabilmente l’indulto non sarebbe passato? Vede? Questo non si può ottenere né con il teatro né con i libri…

D. Lei in ogni caso in parlamento non avrebbe potuto tornarci per via della regola dei tre mandati stabilita dal suo partito. Non la condivide questa regola?

R. Sì se è una regola che vale per tutti. Lei se l’immagina un parlamento che fa una legge e poi dice ai cittadini: questa però vale solo per voi? Succede nella repubblica delle banane. Qui è successo esattamente così. Un gruppo dirigente ha fatto la regola e ha deciso che per sé non valeva. E ha fatto delle altre leggi ad personam. Il tetto non vale, per esempio, per i vicecapigruppo in parlamento. I vicecapigruppo, assoluti sconosciuti, ma si rende conto? A quel punto la regola è una barzelletta. Ed è a questo punto che, in quanto barzelletta, la contesto. Serve fare largo a giovani e donne? Sono d’accordo, ho firmato anche per il 50 per cento di donne. Ma allora dico due cose: 1) è questo il modo migliore per “fare largo”? 2) e a quali giovani e donne bisognerebbe fare largo?

D. E lei come risponde?

R. Io rispondo che il metodo è assurdo. Se uno vuole davvero costruire un’Italia fondata sui meriti, deve farlo a partire dalle candidature al parlamento, ossia dal luogo in cui si fanno le leggi. E allora se bisogna “sfrondare” si mandano fuori per prima cosa i fannulloni. Lo sanno tutti, ma proprio tutti, che alle commissioni, in parlamento, partecipa non più di un terzo dei deputati e non più della metà dei senatori. Gli altri ci capitano ogni tanto a votare, chiamati ansiosamente al telefono, e per il resto vanno in aula a leggere il giornale, telefonare e schiacciare il bottone. E allora, chi si manda via: chi ha fatto una, due legislature in panciolle o chi ne ha fatte tre spremendosi come un limone? Il guaio è che continua a valere il principio di anzianità, sia pure rovesciato. C’è sempre un assente in questa storia, il merito. E d’altronde se a decidere le candidature è gente che non è mai stata in un’azienda o in una organizzazione moderna, non potrà essere diversamente. Quanto alle donne e ai giovani da fare entrare, un conto è se si candidano persone che si sono conquistate i galloni sul campo, un conto è se si fa un’infornata dei propri segretari, assistenti, consulenti, portavoce, figli e parenti. Giusto? Se mi dicono che entra uno dei ragazzi che hanno guidato l’occupazione dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ha un senso. E’ un giovane che rappresenta altri giovani. Ma se mi dici che ci metti la tua segretaria, io dico che è una truffa. E che un’operazione presentata come il mezzo per smantellare “la casta”, esprime l’arroganza della casta. Aggiunge alla casta la “castina”. E anzi le dico pure un’altra cosa…

D. Quale?

R. Che questo metodo potrà pure avere il vantaggio di avere persone perfettamente ubbidienti e di scaricare sulle istituzioni il costo di qualche portavoce personale. Ma ci renderà più deboli in parlamento. Perché lì l’esperienza pesa, guardi che io ho raggiunto la mia massima efficacia nella terza legislatura. E dal momento che la regola dei mandati non vale per tutti i partiti, noi avremo un esercito di esordienti contro truppe di lupi da parlamento. Che se li mangeranno. Date tutte queste considerazioni, insomma, quando vedo Franceschini annunciare in tivù, tutto giulivo, quanta gente nuova ha messo in lista, mi viene da cambiar canale.

D. Ma non è giusto arginare il professionismo politico?

R. Certo che lo è. Ma anzitutto, glielo ripeto, se vale per tutti. Ma poi lei pensa che il professionismo politico consista solo nello stare in parlamento? Mi ascolti bene. Se uno inizia a fare il funzionario di partito a venti o ventidue anni, poi dopo dieci gli fanno fare l’assessore o lo pagano per scrivere sul giornale di partito, poi dopo altri dieci lo mettono in un consiglio d’amministrazione di una municipalizzata o di una cooperativa e poi si fa un consiglio regionale e due legislature in parlamento, secondo lei quello che cos’è, società civile perché non ha tre mandati? Se vuole che poi che venga al mio caso personale…

D. Appunto…

R. …ecco, le dico che io ho due mandati e mezzo, nemmeno consecutivi. E che se il mio problema fosse il professionismo della politica, ora starei a chiedere un “risarcimento”. Che nel linguaggio politico significa una carica politica remunerata. Magari di assistente di nuovi parlamentari (anche questo succede, sa?), o di consulente dell’Antimafia, o di consulente di questo o di quell’assessorato presso un’amministrazione di sinistra. O un consiglio d’amministrazione. Ma l’ho detto alla Bindi, per chiarire bene chi fossi: non mi vedrete mai in Transatlantico a chiedere un incarico.

D. Lei ha usato più volte in questi giorni l’aggettivo “amareggiato”. Perché?

R. Guardi, premesso che quando mi sveglio al mattino sto già a progettare il mio corso di Sociologia economica, e che io per abitudine mi tuffo più volentieri nel futuro che nel passato, vuole che non sia amareggiato? Mi sono battuto dagli inizi degli anni novanta per il partito democratico e quando nasce vengo messo fuori dalla sua prima rappresentanza parlamentare da gente che fino a due anni fa era contraria a farlo. Per un tempo lunghissimo non ho quasi avuto vita privata per garantire alla politica una patente di credibilità presso la società civile, e quando hanno finto di raccogliere le domande di rinnovamento della società civile mi hanno messo alla porta. Certo, insieme ad altri; di cui mi fanno l’elenco, quasi a dirmi che non so accettare un’esclusione: ma è un elenco di persone sconosciute e senza battaglie alle spalle, alcuni addirittura transfughi dalla destra. O di gente con sei-sette legislature. E questo mi offende ancora di più. Insieme a un’altra cosa che dico da un paio di giorni rompendo i miei pudori.

D. Ossia?

R. Che un po’ mi ha fatto male vedere certi personaggi alla continua rincorsa di cognomi da rotocalco, e pronti però a disfarsi con un’alzata di spalle di uno dei cognomi più rispettati dagli italiani nelle storia della Repubblica, un cognome che io credo di avere onorato. Onestamente: non so se la destra l’avrebbe fatto. D’altronde a volte si ha la sensazione di avere a che fare con persone prive di senso della storia. Quasi lo stesso è successo a Giovanni Bachelet. Per lui a Roma hanno raccolto migliaia di firme, è un testimone della società civile e della comunità scientifica. Lui non aveva nemmeno alcun mandato alle spalle. Be’ l’hanno messo in zona retrocessione, tra quelli che possono non passare… Mi domando come si possa costruire la storia senza avere il senso della storia.

D. Senta, però lei è arrivato a far parte di un governo. Dunque non è stato un emarginato. E allora perché ora sarebbe scattata questa preclusione? Ha avuto qualche scontro in questi due anni?

R. No. O meglio: ci ho pensato e non credo che la causa di questa rimozione si debba cercare negli ultimi due anni. E’ una vicenda più lunga. Vede, io sono entrato in politica con la Rete. Un movimento eretico, che finanziò la sua campagna elettorale ipotecando le case dei suoi fondatori. Poi ci tornai perché i verdi di Ripa di Meana e di Ronchi mi chiesero di candidarmi da indipendente con loro. Entrai nei Democratici seguendone il percorso fino al Partito Democratico. Ma qui mi sono ritrovato, senza più recinti e protezioni, nel mare magno in cui comandano gli ex democristiani e gli ex comunisti. E io per loro sono quello di Società Civile a Milano, quello che denunciò Tangentopoli (la Tangentopoli delle sinistre) prima di Di Pietro. Sono quello che con la Rete si è battuto per abolire l’immunità parlamentare. Sono quello della prima denuncia scritta e processuale delle complicità di Andreotti. Vuole che continui? Ho solo l’elenco, da piazza Navona (e la colpa di avere dato la parola a Nanni Moretti) fino alla lotta pubblica contro le tessere false della Margherita. E’ la mia vita. E’ la mia vita che di fronte a molti di loro mi rende un corpo estraneo.

D. Ma lei condivide quel che le ha scritto l’economista Marco Vitale? pensa cioè di subire un isolamento analogo a quello di suo padre?

R. La drammaticità dello scontro sostenuto da mio padre, e l’infinito coraggio che richiese la sua azione, sono senza confronto. Ma la sensazione di essere corpo estraneo a causa di un diverso senso delle istituzioni, questo sì, lo avverto. E guardi, il problema non è Veltroni. Con lui ho sempre avuto rapporti cordiali, anche amichevoli. Non credo neanche che abbia potuto seguire molto la gestione delle liste. Ieri mi è arrivata una sua lettera di fine febbraio, di elogio per il testo di “Poliziotta per amore”, che mi aveva chiesto tempo fa di leggere e che gli avevo mandato. Si capisce che il testo l’ha letto veramente, fra l’altro. Il che non dev’essere stato semplice, con quello che ha da fare. Il problema è di sistema. Di culture di sistema, di correnti, di miopie e arroganze diffuse. Che rischiano di strozzare in culla il Partito democratico.

D. Mi scusi ma a questo punto una domanda devo fargliela, anche perché se la fanno in molti.
R. Prego…

D. Ma la Bindi l’ha sostenuta in questa vicenda?

R. Probabilmente sì. Ma il fatto per me sconvolgente è stato di avere saputo, a liste già fatte, che da giorni era stato deciso che io non dovessi avere la deroga. Ossia: dal quartiere generale delle candidature hanno detto alla Bindi che per chi l’aveva sostenuta alle primarie c’era una deroga sola a disposizione (alla faccia del rifiuto delle correnti…), lei e non so chi hanno deciso di darla a Franco Monaco, ma a me non hanno detto niente. Io per decoro telefonavo non più di una volta ogni due giorni (c’è gente che si è piazzata a Roma, mentre io viaggiavo per gli incarichi di Ministero) e loro mi dicevano di stare tranquillo, che avrebbero fatto il possibile, che sapevano il mio valore e la mia utilità. Poi l’ultimo giorno non ho più sentito nessuno. Al mattino ho ricevuto l’sms di due amici lombardi: “ci spiace, ti siamo vicini”. Ho chiesto anch’io per sms, per non disturbare, a chi stava contrattando le liste. Nessuna risposta. Solo a sera, mezz’ora dopo l’annuncio dei Tg che le liste erano state firmate, e dopo molte sollecitazioni, mi ha chiamato la Bindi per dirmi della decisione presa giorni prima a mio svantaggio.

D. Gliel’hanno detto a cose fatte temendo una reazione dell’opinione pubblica che potesse costringerli ad altre decisioni? R. E’ possibile. Il fatto è che a quel punto la stessa offerta di Di Pietro, anziché acquisire un valore simbolico generale, visto che anche lì le liste erano già state fatte, acquisiva il sapore di una candidatura di lista, alla ricerca di un seggio purchessia. Di Pietro forse non poteva fare diversamente, e ringrazio lui e Orlando. Ma io non potevo accettare. Fatto sta che, salva un’altra telefonata della Bindi dopo la lettera aperta che le ha mandato mio figlio, io non ho più sentito nessuno. Nessuno mi ha spiegato perché la deroga sia stata respinta. Un silenzio assoluto. Totale. Una vera comunità umana, non c’è che dire. Per fortuna che c’è stata quella marea di firme a mio sostegno. Se no me lo sarei chiesto davvero: ma per chi ho lavorato in questi anni?

D. E qui casca l’asino, se mi passa l’espressione. Ma lei pensa davvero di continuare a lavorare per un partito così?

R. E me lo chiede? Guardi, io, diversamente da altri, non ho vissuto camminando su un tappeto rosso, portato per mano da qualche nume tutelare. Ho qualche cicatrice sulla faccia. E so che cos’è la politica. Ho scritto anni fa che è anche “mal di cuore”. Lo confermo. Io non smetto per così poco. Un esponente del Pd milanese ha detto, prima che le liste fossero chiuse, “finalmente ci siamo liberati di chi ci ha fatto perdere”. No, non si sono liberati. E anzi, posso aggiungere una cosa?

D. Ci mancherebbe, questa è un’intervista libera.

R. La teoria che io farei perdere è la coperta che usano per evitare di dire pubblicamente la verità: e cioè che quel che di me non sopportano è proprio l’idea che io ho dei rapporti tra partiti, istituzioni e società civile. Rimonta al ’93, questa teoria, a quando mi presentai candidato sindaco. La sinistra stava affondando sotto i colpi di Tangentopoli, i militanti dell’allora Pds andavano in tivù a dire che avrebbero raccolto una colletta per restituire il maltolto dei loro amministratori. Io diedi - posso dirlo? - un’immagine pulita a tanti che lo meritavano e, nel pieno dell’ondata leghista (presero il 42 percento a Milano!), avendo il Pds sotto il 9 per cento…

D. Sotto il 9 per cento?

R. Sì, ha capito bene, avendo il Pds sotto il 9 per cento, portai la sinistra al 43 per cento. E mi diedero pure la colpa della sconfitta! per non avere l’incomodo di spiegare le vere ragioni di quell’ostilità…Ecco, ora qualcuno vorrebbe espellermi... Io invece ritengo di essere il socio ideale del Partito democratico. Non so prevedere, onestamente, per quali vie si dovrà passare. Alcune saranno anche accidentate, potranno pure sembrare contraddittorie. Ma lì voglio arrivare, a un partito democratico degno di questo nome. Molti pensano che il peso delle persone corrisponda alle loro apparizioni televisive. Io in tivù non ci vado, è vero, non faccio parte delle compagnie di giro catodico di Vespa e degli altri; ma giro molto per l’Italia reale, e da decenni. Un credito ce l’ho, come per fortuna ha dimostrato la mobilitazione di questi giorni. E cercherò di spenderlo nel modo migliore. Anzi la stupirò: farò pure un po’ di iniziative elettorali per il Pd di oggi. Manterrò gli impegni già presi prima di sapere della mia esclusione. E oggi ne ho aggiunto un altro per una persona che stimo molto.

D. Un’ultima domanda, Sottosegretario. Ma se ha tutti questi progetti, perché deve andare proprio a Palermo?

R. Per quello che le ho già detto all’inizio, ovviamente. E per un’altra ragione. Perché credo che una fase davvero nuova nella vita di una persona si apra e si possa aprire solo con una grande sfida. Una sfida che dia senso al futuro ma anche a ciò che si è fatto prima. Nonostante quel che è accaduto, io amo Palermo e i siciliani. E sono sicuro che questa sfida mi darà più forza e vitalità anche per affrontare le altre. In fondo la giovinezza è il contrario di un tappeto di velluto rosso. E’ amore per la lotta. E io mi porto scolpita nella testa quella stupenda frase di Picasso: ci vuole molto tempo per diventare giovani.

postato da: solaria alle ore 15:26 | link | commenti
categorie:
giovedì, 07 febbraio 2008

"Candidature con primarie all'emiliana"
GIANFRANCO PASQUINO

 

Preso atto che si voterà con la legge “porcata”, caratterizzata, fra l’altro, da candidature in lunghe liste bloccate che consentono all’elettorato esclusivamente di tracciare una crocetta sul simbolo del partito preferito, è giusto pensare alle modalità con le quali selezionare quelle candidature. Infatti, prima la selezione, poi l’ordine di lista determinano con grandissima probabilità l’elezione oppure no di candidate e candidati. Nelle circostanze date, in special modo se il Partito Democratico “correrà” da solo, la selezione delle candidature è il primo vero test da superare con democrazia e intelligenza. E’ vero che esistono alcuni vincoli, ovvero parità di genere e rappresentanza sociale e di competenze, ma è ancora più vero che esistono effettive possibilità di partecipazione per un elettorato, quello di sinistra e del PD, che ha già manifestato le sue capacità di scelta e che, in questi giorni, sta rivendicando possentemente sul web la sua volontà di essere coinvolto in maniera decisiva. Poiché sottoscrivo tutto quanto ha convincentemente dichiarato il Sen. Walter Vitali nell’intervista a “la Repubblica-Emilia Romagna”, 3 febbraio, mi posso limitare a precisare alcuni pochi, ma importanti punti.

   A cavallo fra il 2005 e il 2006, subito dopo le “primarie per Prodi”, l’Unione fallì il test democratico-partecipativo affidando la scelta di tutte le candidature ai dirigenti dei suoi partiti, partitini e correnti. Sciupò in questo modo l’effetto “informazione, partecipazione, entusiasmo” che le primarie avrebbero potuto imprimere alla sua campagna elettorale. Le giustificazioni, già debolissime, di allora, ovvero che avrebbero vinto le primarie soltanto i DS e che bisognava avere “equilibri” di rappresentanza/rappresentatività, non hanno oggi, in presenza del Partito Democratico, più nessun senso. Né ha senso attendere il Godot di un “via” alle primarie che venga dal livello nazionale sotto forma di regolamento valido indifferenziatamente per tutte le regioni. Infatti, se il Partito Democratico vuole tenere fede alla sua qualifica di partito “federale”, appare opportuno che ciascuna regione decida, entro una cornice comune, come regolamentare la scelta delle sue candidature al Parlamento (tenendo conto dei vincoli sopra accennati). Detto più chiaramente, se l’Emilia-Romagna, Toscana e, per esempio, Lombardia desiderano concedere agli elettori e ai simpatizzanti del Partito Democratico la facoltà di scegliere alcune candidature con le primarie, debbono poterlo fare. Ricordo che per quanto riguarda il Senato, ciascuna regione italiana si configura automaticamente come circoscrizione nella quale verrà attribuito il premio di maggioranza. Per quello che riguarda la Camera, mentre la Lombardia ha tre circoscrizioni (in entrambe le quali, dunque, sarebbe possibile tenere primarie), la Toscana e, regione che ci interessa maggiormente, l’Emilia-Romagna hanno ciascuna una unica circoscrizione.

   Il “se” tenere elezioni primarie costituisce una decisione politica che gli organismi regionali hanno, a mio modo di vedere, il potere, forse anche il dovere, di prendere. Comunque, dovrebbero rivendicarne la possibilità. Una volta deciso che si potranno tenere primarie, appare indispensabile definire con quale regolamento dovranno essere presentate le candidature, per quanti posti, con quali criteri per assegnare l’ordine di lista che sappiamo essere l’elemento decisivo, con quali eventuali opportunità di riequilibrio per i dirigenti di partito. Fatte salve alcune poche ricandidature “naturali”, la mia proposta che, al momento, presento su linee generali, è che si dovrebbe rapidamente addivenire alla formazione di una lista di candidature superiori al numero dei parlamentari da presentare in lista, che in Emilia-Romagna per il Senato sono 21 e per la Camera 43. I nominativi da inserire nella lista dovrebbero essere sostenuti da un numero di firme né troppo alte, per non rendere impossibile il loro raggiungimento, né troppo basse, per non agevolare candidature folcloristiche. Ovviamente, ogni elettore potrebbe sottoscrivere una sola candidatura. Dopodiché, il numero dei voti ottenuti nelle primarie da ciascun candidato/a servirebbe non soltanto a stabilirne l’inclusione nella lista, ma anche a determinare l’ordine di lista (eventualmente fatto salvo il capolista) con la complicazione, da affrontare e risolvere saggiamente, dell’alternanza di genere. Insomma, esistono difficoltà, non insuperabili, ma una buona soluzione al problema della scelta delle candidature costituirebbe indubbiamente una grande e efficace lezione democratica. 

postato da: solaria alle ore 19:49 | link | commenti
categorie: